capitale reputazionale

Capita sempre più spesso che l’arte imiti la vita, che la poietica ispiri la tecnologia con buona pace di Aristotele. Nella serie classica di star trek i rudimentali comunicatori del capitano Kirk sembrano concepiti dallo stesso ingegnere che ha mandato in produzione il motorola StarTac, creando un pericoloso corto-circuito.

La fantasia, il cinema e la letteratura anticipano quello che si verificherà  tra anni o decenni: ecco quel senso di deja-vu che vellica l’attenzione di noi miserabili, che abbiam bisogno di sognare. Il cugino di Chuck Berry (buonanima, R.I.P.) che fa una telefonata per ispirarlo, mentre Marty McFly scimmiotta il riff di Johnny Be Goode

Questo mi è tornato in mente ripensando a un film di circa 20 anni fa, girato in modo frenetico da un pubblicitario poi suicida: Nemico Pubblico (Enemy of the State). Preconizzava minacce che ora incombono su tutti. Era visionario. E ha quello previsto si è concretizzato. La nostra malcelata voglia di esibizionismo è moneta contante per i nostri detrattori: possono collezionare in modo strumentale tutto il materiale che noi postiamo in sovrabbondanza sui social networks per avvalorare le loro tesi. Sei un razzista? Sei inaffidabile? Sei ubriacone scostante? Ecco i tweet, ecco i post che lo provano. Non ho nemmeno bisogno di conoscerti.

Addirittura gli head-hunter, i selezionatori del personale. Si possono dare un’idea di te assemblando pezzetti fuori dal contesto.

Ecco la parte davvero profetica, tipo Viaggio nella luna di Melies.

C’è un’espressione molto di moda tra coloro che operano nel Web: “capitale reputazionale”. Indispensabile per ottenere un posizionamento sociale, comporta l’accesso a cerchie sociali decisive per essere riconosciuti e ottenere potere e prestigio, e dunque anche denaro. Da quando l’utilizzo dei media è diventato alla portata di tutti grazie al Web, da quando esiste il modo per farsi vedere attraverso i social, la classifica di notorietà  e di stima, è diventata fondamentale.

 

21 milioni per i contenuti

Una delle tante meravigliose legacy dell’infame periodo berlusconiano e’ costituita dal PORTALE italia.it. Invece di accanirsi sul ristorante dei parlamentari o le loro pensioni, occorrerebbe fare una riflessione piu’ seria. Come e’ cresciuto e migliorato l’uso di internet nei nefasti 15 anni con Papi al comando del paese? FOndi per la banda larga regolarmente congelati dall’ineffabile ministro Romani o da Tremonti: non intacchiamo la democrazia catodica!
E poi, puttanate galattiche come questa

Torna Berlusconi e la macchina si rimette faticosamente in moto:

Il 16 luglio 2009, dopo il trasferimento del portale al ministero del Turismo di Michela Vittoria Brambilla, il portale torna online, con tutti i limiti del caso. Il 18 maggio 2010 parte la gara per la redazione dei contenuti. Base d’asta: 2 milioni e 30 mila euro per tre anni, dopo i 21 milioni assegnati nel 2006 alle Regioni (per i contenuti!), i 5 milioni 851.355 euro pagati per il primo gigantesco flop del 2007 e i 9 milioni 600 mila euro stanziati in seguito per le piattaforme informatiche e la manutenzione. L’appalto viene vinto da un consorzio formato da Monti-Riffeser con un’azienda di marketing di Merano (Zeppelin group) e un operatore turistico (Paesionline), ma il secondo classificato, l’Unicity spa, fa ricorso al Tar e il 7 dicembre 2011, venti giorni dopo che Berlusconi ha lasciato la poltrona a Mario Monti, lo vince.