Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani

Il gancio è fin troppo facile. Gli italiani sono un faro per la civiltà ben dal 753 avanti cristo a tutto il 2020. Il retaggio della pandemia? Trump Bolsonaro e Johnson ci hanno irriso a febbraio, e ora a luglio muti. Perché la capacità normativa e organizzativa degli italiani ha ancora dato grande prova di sé.

Lo dice la statistica, la demografia, la mobilità sociale.

Questo libro illustra perché la lungimiranza dei romani ha permesso di colonizzare l’ecumene. Non solo con alfabeto, leggi. Ma anche con mobilità sociale, inclusione e fioritura di arti. I romani sapevano imparare dalle loro sconfitte.

Avevano valenti storyteller come Livio, Svetonio, Tacito e Ammiano Marcellino. Anche Polibio e Plutarco han dato il loro contributo. Che dire poi della modernità di Giovenale, Terenzio e Marziale? Per tacere di Ovidio e Orazio. O il pavone Cicerone?

Questo libro ha solo un difetto: è troppo breve e, per sua stessa ammissione, tocca troppo leggermente alcuni argomenti molto interessanti (polideismo, legge di famiglia, affiliazione per i “barbari”, decorso verso la dissoluzione)

Il narratore la sa lunga, è tagliente e sarcastico quanto basta. Spero si cimenti in una seconda prova.

I romani in cina, varo rendimi le mie legioni, il ratto delle sabine. “Quid salvum es, si Roma perit” si chiede il doctor Maximus di Sacra Romana Chiesa.

Perché ai romani dobbiamo tantissimo, anche oggi. Dedicato soprattutto ai non italiani.

chernobyl – caveat emptor

L’avevo scritto un anno fa, quindi l’emotività del momento non c’entra. La pandemia nemmeno (non ci ha resi migliori, forse ci ha resi più consapevoli).

Questa serie TV che oggi si conclude sulle reti in chiaro è tra le migliori mai prodotte. Perché è lontana e vicina da noi, perché vorremmo irriderla siccome lontana nel tempo e nella società; ma non ci riesce.

Vorremmo demolirla ma ci trasmette un senso malsano, vorremmo allontanarci e autoconvincerci che ora tutto è cambiato, ma non è così.

Un anno dopo il prodotto televisivo è sublime: fotografia algida e spettrale; colonna sonora straniante; scelta dei caratteristi strepitosa (Alan Williams capo del KGB giulebboso e satanico ad un tempo). Per tacere di Watson, Skarsgård e Harris… semplicemente sublimi.

Vogliamo allontanarla perché ispira un senso di malsano che c’è ancora. Ed è meravigliosamente raccontato in questo articolo, che sottoscrivo appieno.

Siamo prima consumatori o prima uomini?

Il bellissimo film-documentario sulla tragedia di Chernobyl tramesso in questi giorni in tv ci racconta di una riunione decisiva per le sorti di milioni di persone che si svolge a Pripyat, la cittadina-dormitorio a 3 chilometri da Chernobyl, nelle ore immediatamente successive alla catastrofe.

La fisica nucleare bielorussa Ulana Khomyuk ha scoperto come il primo tentativo di spegnere l’incendio (gettando boro e sabbia sul reattore) rischia di creare una catastrofe e una seconda esplosione in caso di contatto del materiale radioattivo con l’acqua nel seminterrato sotto il reattore, esplosione che metterebbe a rischio la vita di milioni di persone. Per evitarla è necessario che un manipolo di tecnici che conosce la mappa della centrale entri nell’impianto e dreni l’acqua delle vasche. È per questo motivo che Boris Shcherbina, il capo della commissione governativa istituita dal Cremlino, riunisce in una stanza un centinaio di tecnici della centrale. E in un’atmosfera molto tesa chiede se ci sono volontari per quella difficilissima operazione. Per cercare di sollecitare adesioni Shcherbina fa una proposta: 400 rubli il premio per chi si rende disponibile e una promozione sul campo. Seguono secondi di silenzio. Poi uno dei tecnici ha il coraggio di rispondere.

Lo sappiamo che chi andrà nell’impianto sarà condannato a morte, le sembra che 400 rubli e una promozione possano bastare? Shcherbina a questo punto cambia argomento e registro e condivide la realtà dei fatti con i presenti. L’operazione è essenziale se si vuole evitare una seconda esplosione che porterà la radioattività a livelli molto peggiori uccidendo nel tempo milioni di persone e contaminando acqua e cibo per decenni nei Paesi vicini. È a questo punto che Alexei Ananenko, Valeri Bezpalov e Boris Baranov si alzano e si rendono volontari accettando una missione che metterà a rischio le loro vite. Lo diciamo da anni: l’uomo è cercatore di senso prima di essere homo oeconomicuso massimizzatore di utilità, di denaro o di piaceri.

La motivazione più profonda del nostro agire è quella della generatività, ovvero del valore che la nostra azione, le nostre scelte avranno sulla vita di altri esseri umani. Alexei Ananenko, Valeri Bezpalov e Boris Baranov si mettono in gioco sapendo il prezzo che pagheranno non per 400 rubli ma quando si rendono conto che la loro azione potrà salvare milioni di persone. A maggior ragione, in azioni generative in cui la nostra vita non è a rischio, la generatività è la radice della soddisfazione e della ricchezza di senso del vivere. In scala diversa la questione si è riproposta nei giorni del Covid-19.

Con un bando per 500 infermieri nell’area di crisi a cui hanno risposto 9.400 domande. Con cittadini che si sono resi volontari per sperimentare il vaccino. E con molti medici che non avevano alcun bisogno che si sono resi volontari per andare a dare una mano negli ospedali più colpiti dall’emergenza. Economia, scienze sociali e politica oggi troppo concentrate sulla visione dell’homo oeconomicus dovrebbero imparare la lezione. Azioni, scelte, preferenze politiche dipendono innanzitutto dalla ricerca di senso.

E la prima forma di competizione tra forze politiche e tra imprese dipende dall’offerta di senso. La cultura occidentale, sposando una visione sempre più povera di senso, ha aumentato la sua vulnerabilità e il fascino di offerte fondate su valori antitetici alla nostra tradizione o su false verità. La ‘potatura’ della pandemia è una grande occasione per procedere alla fondazione di un senso più profondo della vita sociale ed economica dove generatività, valore delle relazioni, ricchezza di senso siano al centro dell’attività d’impresa e del welfare. Dietro la responsabilità sociale, oggi tanto di moda, c’è anche e soprattutto questo.

Effetto Magnus sulla pandemia

La pandemia non ci ha migliorato, non abbiamo né riscoperto nuovi valori né valorizzato quello che è mancato nei tre mesi: un giro in bicicletta, una pizza con gli amici.

Sono arrivati i gilé arancioni, con il mercurio instillato nelle nostre arterie (o vene?) da bill gates con l’avallo di giusepppe conte. Così il 5G ci controllerà come marionette, peccato che questa realtà distopica non sia così avvincente come quelle di Dick.

Mi sono improvvisato professore per tre mesi, mio figlio ha fatto 6 (sei) di teledidattica dal 24 febbraio al 5 giugno.

Abbiamo recuperato i libri lasciati a scuola il 21 febbraio lo scorso 29 maggio.

Ma l’ho visto crescere. Ho passato tanto tempo con lui. Ho perso mio zio. Ho sofferto pensando di esser contagiato e aver contagiato genitori e suoceri. Non importerà a nessuno, ma questo virus ci ha omologato. Ci ha resi sospettosi e insicuri, ci ha fatto riflettere come sia ospitale la nostra casa. Come sia vivibile il nostro quartiere.

Una crisi che ha azzerato i nostri pregiudizi, ha sconvolto scuole lavoro e… campionato di calcio. La direzione della nostra vita prende un effetto strano, non voluto ma scientificamente spiegabile e razionalmente comprensibile: la resilienza umana ci invita a resistere. In famiglia e dentro la famiglia. Questo il retaggio del 2020.

cronache dalla quarantena (covid-19)

E così ti trovi a casa. Sai che la tecnologia non è servita a nulla contro un nemico invisibile.

Sai anche che tutte le certezze sono state stravolte. Socialità è solo asociale, sui social: non puoi uscire di casa. Ho la tachicardia, questo raspino in gola non me la racconta giusta; tutte le tue certezze, la tua sicumera, le tue convinzioni sono sfaldate, sfibrate da un minuscolo nemico invisibile.

Sospetti del tuo vicino, non ti fidi  di nessuno. Ti indigni quando il sovranista di turno fa il cinico non coi neri e coi disperati, ma con te e con i tuoi cari più fragili. Fa incazzare vero?

 

la Bomba – di Enrico Deaglio

Per due mesi non ho scritto sul blog, non era mai capitato.

Non sono nemmeno stati mesi così intensi da giustificare questa latitanza.

Il libro di Deaglio ripercorre 50 anni di depistaggi e pregiudizi nelle indagini sulla bomba di piazza Fontana, esplosa il 12.12.1969.

Questa lettura alimenta un sottobosco di rabbia e impotenza per una vicenda già nota. Approfondita in tantissimi libri: il malore attivo, il libroregalo di Pinelli a Calabresi, i fascisti improvvisati anarchici, Licia Pinelli fotografata sull’uscio di casa.

C’è stato un momento, per dirla con Mao, in cui c’era grande confusione sotto il cielo. Si passava da uno schieramento ad un altro. Si viveva di ideali e si crepava di ideali. Ma soprattutto si crepava innocenti.

Una borsa di pelle tedesca, un timer per lavatrice. La vergogna prometeica per un’atto infame, perpetrato con strumenti abbastanza comuni. Ma impossibile senza appoggi e coperture ancora più infami.

curiosità epistemica – “hey mercedes…”

Un mese dopo. Con un veicolo nuovo.

Tutto sembra più scorrevole, se davvero la tecnologia semplifica la tua vita: sinceramente non avrei rinunciato al pedale della frizione; ma un mese dopo è difficile rinunciare all’assistente vocale il auto!

Un individuo è invogliato ad approfondire, perché la novità lo stimola e lo gratifica: fosse sempre così in ogni ambito della vita, saremmo in un mondo panglossiano.

Ecco come posso interagire: in auto non sei più solo, sei invogliato a chiedere; a imparare; ad informarti. A capire come puoi interagire. Siccome con mio figlio ho visto l’ultimo Terminator, ecco spuntare l’ultima iperbole

Il Terminator non si sarebbe mai fermato, non lo avrebbe mai lasciato. Né lo avrebbe mai fatto soffrire, né lo avrebbe sgridato. Non l’avrebbe picchiato, né avrebbe trovato scuse per non stare con lui. Gli sarebbe sempre stato accanto, e sarebbe stato pronto a morire per proteggerlo. Di tutti i padri putativi, fin troppo umani, che si erano avvicendati attraverso gli anni, questo robot sarebbe stato l’unico uomo giusto.

Componenti intrinseche della motivazione
Curiosità epistemica: “bisogno universale di conoscere e di apprendere” (Berlyne), bisogno che si manifesta tramite l’esplorazione dell’ambiente, motivata solo dal desiderio di sapere (proprietà collative = caratteristiche degli stimoli di novità, complessità e incongruenza)

Avere vent’anni

Ecco, qui sotto la si vede sfocata, in una giornata uggiosa. Oggi.
L’ultimo giorno con la mia auto. 1999-2019. Venti anni e mezzo: sono parecchi ma anche pochi chilometri. Vorrei evitare il solito pistolotto sull’affettività verso gli oggetti.

Non me ne frega nulla. Non l’avrei neppure cambiata, dato che una Golf dopo oltre 20 anni non ha mai avuto problemi seri che non vadano oltre un finestrino bloccato.
Ma è tempo di cambiare, di voltare pagina e provare nuove strade. Metaforiche o e anche no.

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Nazisti in fuga, di Arrigo Petacco

Ecco, oggi  spiace manchi qualcuno come Arrigo Petacco. Una scrittura chiara, fluida. Coinvolgente ma non sciatta, ogni tanto impreziosita – ma non appesantita – da un francesismo, da una metafora o una citazione.

Una carellata di figure pessime, deplorevoli e odiose. Che Petacco dipinge in modo discorsivo. Con un sarcasmo nero, con una stilettata dolorosa al termine di una frase.

La “via dei conventi”, la rat line che ha schiuso ai peggiori criminali una seconda possibilità dorata in Sudamerica. Spesso spalleggiati dalle compiacenti amministrazioni filofasciste argentine e cilene.

Un libro da leggere, 5 stelle

Elsa Morante, le mot juste

«E così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».

 

Domanda (1): ricorda qualcuno?
Domanda retorica: “coincidenza? Non credo!”

chernobyl di HBO [sky atlantic]

C’è un senso di malsana insicurezza davanti al televisore.

Come per il Titanic, o per l’assedio a Stalingrado sai già come andrà a finire: stiamo parlando di una metafora. La serie televisiva trasmette subito un disagio latente, crescente e subito palpabile. Un climax di dolore, di veleno potente e ineluttabile: le radiazioni sono invisibili. Tu lo sai, loro no; tu sai che è fiction ma sai anche che qualcuno ha vissuto effettivamente una catastrofe come questa. E soffri, quasi ti manca l’aria.

5 puntate, e  – per quanto vale – scopri che è la serie con le recensioni migliori dacché esiste IMDB. La cura dei dettagli, la fotografia ti inchiodano sul divano, con un’angoscia per l’ignoto per l’incoscienza degli uomini.

E’ una serie profonda. A più livelli di lettura. Oltre la tragedia e i lutti personali, su un’orizzonte ben più profondo: la lotta per la verità, il rapporto perverso tra cittadino e potere. Il senso di de-personalizzazione che la fallacia sovietica inculcava per illudere i cittadini ad esser migliori, quando invece era solo un peana all’obbedienza e alla mediocrità

“What is the cost of lies? It’s not that you’ll mistake them for the truth, it’s if we hear enough lies, we may no longer recognize the truth at all.”