il codice da vinci (2003) – dan brown

Un po’ plagiato dal battage mediatico, ho ceduto, divorando le 494 pagine dell’edizione allegata alla Repubblica in 9 giorni; me lo sono persino portato in Campania.

La storia si snoda in sole 36 ore e, all’inizio, è intrigante e ben congegnata, col sovrapporsi di più piani narrativi per vicende simultanee. Veloce da leggere e godibile, Dan Brown effettua scelte maliziose, sfruttando l’ignoranza globale e il name-dropping: conscio che non sapete un cazzo, ma perdio Leonardo, Victor Hugo, Botticelli e Cocteau li conoscerete!

Parliamo di Costantino (non quello di Uomini e Donne), a Monopoli avrete giocato?

Il contorno è di artisti famosi, quadri celebri. La ricerca del Sacro Graal assume nuovi significati e nuovi interpreti. Un thriller condito da giochi enigmistici e forzature simboliche che, nel finale, invece di fare implodere il sedicente grande complotto, svende effettivamente paccottiglia new-age.
Insomma, il libro è fluido, a tratti intrigante e piacevole. Contiene tantissime inesattezze che non meritano neppure di essere confutate (il concilio di Nicea, il numero dei pannelli della Piramide etc etc): ha concimato una pletora di detrattori e esegeti, da riempire una libreria. Ha il pregio di nutrire il complottismo e l’esoterismo, che hanno sempre presa in tutti: ciò non toglie che i protagonisti non hanno spessore psicologico, e il registro linguistico è quello di un tema di terza media.